Intervista a Nicolò Stabile
responsabilità principali
Crisci, Giulia (autrice)
Info edizione
lingua: francese
nazionalità: italiana
data e luogo di produzione
data di produzione: 2020 set. 09
luogo di produzione: Gibellina
descrizione fisica del materiale
copia di catalogazione
Nicolò Stabile_versione archivio
WAV
1.063.666.140
completo
00:50:15
sonoro
tecnica mono
abstract
Nicolò Stabile ripercorre attraverso la sua biografia gli anni del terremoto a Gibellina (1968), del post terremoto fino alla ricostruzione della città grazie al progetto visionario del sindaco Ludovico Corrao. Descrive il luogo dove vennero installate le baracche per la popolazione di Gibellina, che vi restò dal 1969 al 1980, raccontando della vita comunitaria, della solidarietà e delle lotte per condizioni di vita più dignitose. Nella sua testimonianza racconta la precarietà della vita in baracca, con una forte critica verso lo Stato che ha speso moltissime risorse per costruire le fondamenta e le infrastrutture della baraccopoli per poi disfarsene senza nessun progetto di riutilizzo. Spostandosi nel sito dell’antica Gibellina, descrive e racconta dell’opera d’arte ambientale “Il Grande Cretto” dell’artista Alberto Burri, realizzata tra il 1984 e il 1989, che ricopre e conserva le macerie della città dopo il terremoto. Infine il racconto si conclude a Gibellina nuova, ricostruita a 18 km dalla vecchia città, in un territorio altro rispetto al precedente in cui cambiano anche gli elementi del paesaggio, essendo questa situata al di là della valle del Belice e della montagna. La ricostruzione è stata un laboratorio per il sud Italia in cui il sindaco Ludovico Corrao coinvolse artisti e architetti di fama internazionale per creare un grande museo a cielo aperto e ripensare la città antisismica. Nicolò Stabile oltre a raccontare delle opere d’arte e delle architetture della città nuova dà alcuni elementi di contesto importanti per capire l’ideologia alla base della ricostruzione, ovvero l’urbanistica sociale, analizzandone gli effetti negativi rispetto alla socialità e alle abitudini degli abitanti in una Gibellina radicalmente diversa dalla precedente. Si fa riferimento al lavoro di Danilo Dolci e del Centro Studi che operava nello stesso territorio e che ha avuto un ruolo fondamentale nella Valle del Belice terremotata. I due processi, quello di Corrao e quello del Centro Studi, vengono paragonati in termini di spinta rivoluzionaria verso il cambiamento ma emerge la differenza metodologica rispetto al coinvolgimento della popolazione che stava alla base del lavoro del Centro Studi e che – a detta di Stabile – è invece il punto più problematico del progetto di Corrao, di cui i Gibellinesi non si sono mai fino in fondo appropriati.
Segmenti
descrizione fisica
inizio: 00:00:00
fine: 00:13:13
abstract
Nicolò Stabile si trova nel sito della baraccopoli, allestita appena dopo il terremoto che nel 1968 colpì la Valle del Belice, distruggendo completamente la città di Gibellina dove lui era nato e abitava con la famiglia. Il sito dove furono installate le baracche, Madonna delle Grazie, è ad un kilometro di distanza dalla città vecchia. Lo Stato costruì le strutture e le fondamenta sostenendo ingenti spese, nonostante ciò, le condizioni di vita nelle baracche risultavano precarie. Erano molte le difficoltà della vita quotidiana tra il freddo dell’inverno e il caldo d’estate, la mancanza di privacy e di spazi adatti alla vita familiare. I servizi erano minimi: una farmacia che apriva un’ora al giorno, un tabacchi, una chiesa. La vita in baracca era però contraddistinta da una forte solidarietà e socialità che trovava i suoi spazi per le strada e le piazze ricavate tra le baracche. Nicolò Stabile cresce in questo contesto in cui era arrivato a soli tre anni e mezzo per lasciarlo a quattordici anni, quando alla sua famiglia fu assegnata una casa nella nuova città ricostruita a 18 km di distanza. La baraccopoli venne quindi abitata dal 1969 e completamente abbandonata nel 1981. In questi lunghi anni di permanenza Stabile rievoca le proteste e l’auto-organizzazione dei Gibellinesi per condizioni di vita più giuste e per sollecitare la ricostruzione. Un ruolo particolare hanno avuto le donne, che hanno organizzato numerosi cortei e manifestazioni. Uno dei suoi ricordi di infanzia le vede numerose sopra un camion dirigersi a protestare. Nell’intervista Stabile descrive anche il paesaggio che vede e di cui si poteva godere dalla baraccopoli, con un punto di vista unico sulla montagna e sulla valle, con una qualità dei suoni naturali notevole. Ricorda infine quando anni dopo il trasferimento nella Gibellina nuova è tornato in questa località e nulla era rimasto delle baracche e del villaggio. Ne parla come un’ulteriore ferita, un’ulteriore perdita della memoria di famiglia che aveva perso tutto durante il terremoto e nulla era rimasto nemmeno di questo villaggio in cui avevano vissuto un decennio. Aggiunto una critica forte verso l’amministrazione pubblica che non è stata capace di riutilizzare le strutture della baraccopoli, nonostante le spese sostenute.
chiavi d’accesso
persone: Corrao Ludovico, Burri Alberto, Barbera Lorenzo
luoghi: Gibellina, Villaggio Madonna delle Grazie (Gibellina)
soggetti/argomenti: terremoto ’68, baraccopoli, vita sociale e proteste nelle baraccopoli, Gibellina
descrizione fisica
inizio: 00:13:14
fine: 00:21:00
abstract
Nicolò Stabile trovandosi sul sito di Gibellina Vecchia introduce l’opera d’arte ambientale, Il Grande Cretto di Alberto Burri che ricopre le antiche macerie della città. L’opera si estende per 330 mt x 290 mt, è infatti considerata la più grande opera d’arte ambientale in Europa, realizzata dall’artista su invito dell’allora sindaco Ludovico Corrao. Come un lenzuolo bianco, un sudario di calce ricopre e conserva i resti del terremoto e riproduce un sistema viario, anche se non fedele all’originale, ma più simile ad un labirinto. Stabile descrive anche il paesaggio circostante, quasi intatto eccetto per la presenza di alcune pale eoliche sulla montagna, riflettendo sulla mancanza d’attenzione per questa area interna della sicilia- la parte ovest- spesso poco considerata, come se mancasse di valore e di storia. Riporta quindi all’attenzione il valore di questo territorio già abitato nell’epoca del bronzo, come si evince da resti di insediamenti ritrovati precedenti all’arrivo dei greci. Fino all’attenzione mediatica portata a causa del terremoto del ’68 questa parte della Sicilia è considerata periferia della periferia, motivo che spinge Danilo Dolci a lavorare in questo territorio estremamente marginalizzato. Nicolò Stabile insiste sull’importanza di riconoscere questa storia negata, che è anche la storia delle famiglie di Gibellina. A suo parere l’opera di Alberto Burri è una cerniera, un varco che rende ancora possibile sentire quello che è successo.
chiavi d’accesso
persone: Corrao Ludovico, Burri Alberto,
luoghi: Gibellina, Gibellina Vecchia (Gibellina), Palermo,
soggetti/argomenti: Gibellina vecchia, Grande Cretto di Alberto Burri, storia del territorio,
descrizione fisica
inizio: 00:21:02
fine: 00:50:15
abstract
Nicolò Stabile parla dal tetto della sua attuale casa che permette una visuale ampia sulla nuova città di Gibellina, ricostruita a 18 km dalla città di Gibellina distrutta dal terremoto del 1968, grazie alla visione e al progetto del sindaco Ludovico Corrao. La nuova città ha cambiato paesaggio, ricostruita oltre la valle del Belice e dall’altra parte della montagna, in un pezzo di terra che non faceva parte della geografia degli abitanti di Gibellina Vecchia. Grazie alla visuale riesce a descrivere e menzionare le opere e le architetture che fanno parte della ricostruzione della città. La chiesa con la grande sfera bianca di Ludovico Quaroni; il teatro di Gibellina incompleto e mai utilizzato che è uno degli edifici di Pietro Consagra. Si tratta del progetto mai ultimato “Città Frontale”, per una città utopica, di cui Consagra realizza solo due edifici. Si vedono anche gli edifici della Fondazione Orestiadi, creata da Corrao una volta finito il suo mandato di Sindaco per portare avanti il suo lavoro culturale in città. Si vede ancora il sistema delle piazze di Franco Purini e Laura Termes, architetti romani importanti per lo sviluppo dell’architettura post-moderna in Italia. Di questo sistema di piazza che prevedeva il compimento di 5 piazze, solo 3 sono state realizzate. Dalla terrazza si scorge ancora la Stella di Pietro Consagra, grande opera posta all’ingresso della città, una grande porta diventa simbolo non solo di Gibellina ma di tutto il territorio. La torre civica di Alessandro Mendini, alta 15 mt, è poco distante dalla casa di Stabile che racconta la sua genesi come opera architettonica e installazione sonora che fu realizzata con un sistema informatico di mixaggio e diffusione di suoni registrati in natura e nei territori circostanti e diffusi per pochi minuti ad alcuni orari precisi. L’opera era stata pensata come un orologio contemporaneo, ma mai totalmente apprezzata, per questo motivo sostiene Stabile non venne mai riparato il guasto all’impianto sonoro e ad oggi ne rimane solo l’architettura. Poco lontana vi è anche una scultura in ferro di Fausto Melotti, una copia della stessa si trova davanti l’Hangar Bicocca di Milano. Dopo una panoramica sulle opere e le architetture Stabile si sofferma sull’ideologia alla base di questo progetto urbanistico, che si può inscrivere all’interno della corrente di pensiero dell’urbanistica sociale e che ha profondamente mutato le abitudini sociali della città. Nelle intenzioni degli urbanisti ed architetti vi era quella di sfaldare le relazioni sociali troppo strette per poter indebolire il sistema di relazioni mafioso. Di queste intenzioni ne rimane traccia scritta nei progetti, ma l’effetto ottenuto è stato ben lontano da questo ed ha prodotto una città in cui è difficile incontrarsi e creare centri di aggregazione. Dopo il trasloco dalla baraccopoli, totalmente abbandonata nel 1981, per i Gibellinesi è stato un riadattamento traumatico, tutto era mutato e la solidità delle relazioni che aveva caratterizzato la vita in baraccopoli si era perso insieme alle case e al vecchio paese. Nicolò Stabile racconta anche del suo punto di vista di adolescente di quattordici anni, che non aveva ricordi della vecchia Gibellina, ma che trova nella nuova città un fervore culturale creato dal passaggio degli artisti, intellettuali e architetti invitati dal Sindaco Corrao. Lui inizia a lavorare da giovanissimo, a sedici anni, al fianco di Corrao che lo coinvolge come ufficio stampa per la prima edizione delle Orestiadi. Racconta infatti della visione che Corrao aveva della comunità e del bisogno di ricostruirsi anche attraverso dei rituali catartici, come quelli messi in scena durante le tragedie greche, recitate già dalle prime edizioni del festival le Orestiadi. Momenti che secondo lui erano indispensabili alla coesione e alla riparazione del trauma, ma che avevano ricadute positive anche sulle economie locali, perché ogni produzione artistica coinvolgeva le maestranze e gli abitanti della città. Dopo l’amministrazione Corrao Stabile rileva un declino verso posizioni conservatrici, che coincidono con l’affermazione della Democrazia Cristiana, che non hanno né capito, né accettato il laboratorio e l’Utopia che Corrao aveva creato, in una Sicilia ancora molto arretrata. Il punto di debolezza di questo progetto, è a detta sua, la ricezione e l’adesione mai veramente avvenuta da parte della popolazione. Per questo motivo lo paragona alla spinta rivoluzionaria di Danilo Dolci, ma allo stesso tempo marca una differenza netta nella metodologia che nel caso di Dolci e del lavoro del Centro Studi ha veramente messo al centro la partecipazione della popolazione, che è rimasta inascoltata dalla pubblica amministrazione. Di contro il progetto di Ludovico Corrao è considerato autoriale e poco compreso dalla cittadinanza.
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persone: Corrao Ludovico, Burri Alberto, Quaroni Ludovico, Consagra Pietro, Purini Franco, Thermes Laura, Mendini Alessandro, Dolci Danilo
luoghi: Gibellina, Gibellina Nuova (Gibellina), Palermo
soggetti/argomenti: ricostruzione post-terremoto, progetti urbani, arte contemporanea, architettura post-moderna, opere d’arte pubblica a Gibellina, Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione, Fondazione Orestiadi











